“L’eterno addio” di Chen Qiufan – recensione di Gian Filippo Pizzo

Arrivano i cinesi, arrivano scrivendo…

di Gian Filippo Pizzo


Sembrerebbero essere passati molti decenni da quando, nel 2006, Urania pubblicava la prima antologia italiana dedicata alla fantascienza cinese, L’onda misteriosa (n. 1511). La science fiction è sempre stata considerata un genere angloamericano, anche dagli stessi appassionati, e se nel corso del tempo erano apparse opere tedesche, francesi o russe, queste non avevano lasciato il segno. Per non dire degli stessi italiani, tutt’oggi negletti sebbene specie negli ultimi anni abbiano dimostrato di non avere nulla da invidiare agli stranieri, anzi. L’antologia cinese fu dunque vista come una semplice curiosità, una piccola deviazione da quello che era il normale cursus della pubblicazione mondadoriana. E, in effetti, non c’erano particolari novità in quella raccolta: linguaggio scarno ed essenziale, simile a quello consueto degli autori americani, idee non particolarmente brillanti basate su temi ormai standardizzati quali il rapporto di un uomo con la moglie robot, la fine del mondo, la trasformazione fisiologica dell’uomo in conseguenza di nuove tecnologie, tutto inserito in un’ambientazione abbastanza tradizionale. L’unica cosa da sottolineare era la critica, a volte velata, a volte tra le righe, altre più esplicita, alla società cinese. Basta leggere la definizione di fantascienza sul dizionario enciclopedico della lingua cinese  (Ci hai, 1979), riportata dal curatore Wu Dingbo nella sua introduzione, “Narrativa fantastica sugli sforzi del genere umano di operare meraviglie con l’applicazione di nuove scoperte, nuove conquiste e previsioni plausibili nel campo della scienza”, per capire quanto la produzione cinese di genere di allora (l’edizione americana dell’antologia è del 1989) fosse ancorata a concetti e stilemi ormai sorpassati.

Ma di acqua sotto i ponti (ovviamente del Fiume Giallo) da allora ne è passata parecchia e la situazione è completamente mutata e costituisce un graditissima sorpresa. La fantascienza cinese esiste ed è veramente notevole: moderna, impegnata, esistenziale, estremamente interessante. Autori come Chen Quifan, Xia Jia, Wu Yan, Zhang Ran e Ken Liu sono validissimi, per non dire di Liu Cixin, che con il suo romanzo Il problema dei tre corpi è stato il primo orientale a vincere il Premio Hugo, l’Oscar della fantascienza, nel 2015. Grazie alla collana Future Fiction di Mincione Editore diretta da Francesco Verso, particolarmente orientata alla scoperta di opere di SF non anglosassone, di questi autori cinesi ne possiamo conoscere più di uno, a partire dalle antologie Nebula e Sinosfera.

Oggi ci occupiamo di L’eterno addio di Chen Qiufan, recentemente venuto in Italia come ospite del Pisa Book Festival, un giovane scrittore cantonese (nato nel Guangdong nel 1987) laureato a Pechino in cinema e letteratura cinesi ma con alle spalle una decennale carriera di esperto in informatica, nuove tecnologie e comunicazione presso le multinazionali Baidu e Google, attività che sono manifestamente alla base della sua narrativa e che gli hanno fornito più di uno spunto. La narrativa di Chen Qiufan, pluripremiato in patria, colpisce sotto più aspetti. Lo stile è descrittivo ma fluido, essenziale in alcune parti e lirico in altre, con dialoghi chiari ed esplicativi. I personaggi sono estremamente realistici, ben delineati nelle loro diverse caratteristiche. I temi affrontati sono quelli dell’uomo moderno, dalla fatica di vivere all’alienazione sociale, ma inseriti in quel contesto ibrido che è la società cinese contemporanea, sempre in bilico tra tradizionalismo e modernità. Cosi nelle sue pagine affiorano lo zen e il buddhismo, Confucio e Lao Tse, assieme a Wittgenstein e Kant e Nietsche; la realtà virtuale e quella reale dei sobborghi e delle metropoli; la vita di tutti i giorni, con il lavoro necessario ma massacrante, confusa fra tradizione e nuove tecnologie. Nella quarta di copertina si enucleano le sinossi di tre racconti (“Cosa succederebbe a un consulente di marketing aziendale se riuscisse a trovare la strategia perfetta per lanciare l’applicazione di maggior successo di sempre, la fantomatica Buddhagram? E cosa si cela dietro i movimenti sinuosi dei misteriosi pesci di Lijiang, un paesino dove tanti professionisti finiscono per disintossicarsi dai ritmi disumani del lavoro? E infine, che cosa resterà dei ricordi di Xiaochu, dell’ultimo addio detto a sua moglie, nel momento in cui si sottoporrà a un esperimento di fusione mentale con una forma di vita aliena che abita i fondali marini, un verme sconosciuto ma dall’esistenza straordinaria?”) ma gli altri cinque non sono meno concettualmente impegnativi né meno gradevoli da leggere. Se la fantascienza è – come riteniamo da sempre – un genere narrativo iper realistico, perché proietta nel futuro o su un altro pianeta i problemi del nostro presente, Chen Qiufan fa addirittura un passo in più e si concentra su quella che potremmo chiamare (mutuando un termine dall’informatica) “realtà aumentata”, raccontandoci delle evoluzioni possibili riguardo ai problemi dell’inquinamento, delle differenze sociali, dello sviluppo di nuove tecnologie e di software e app, del controllo delle informazioni. Non a caso in una recente intervista ha dichiarato: La scienza è la nuova religione, adesso, anche se non molti di noi comprendono come funzioni. È molto simile all’epoca precedente all’Illuminismo, solo che agli Dei e ai Papi si sono sostituiti le intelligenze artificiali, la fisica quantistica, l’editing genetico e gli scienziati. Senza la diffidenza e il raziocinio, le persone diventano cieche e credulone, per questo è importante essere sempre scettici e curiosi, e non dare mai niente per scontato. Mai.
Un ottimo motivo per leggerlo.

Future Fiction, p. 224, € 14,50

da: Leggere: tutti 11 dicembre 2018

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Futura Lex: intervista a Gian Filippo Pizzo – di Lucius Etrusus

Futura Lex: intervista a Gian Filippo Pizzo

Torna Gian Filippo Pizzo con una sua nuova fanta-antologia. L’abbiamo già incontrato per il fanta-noir, ma è il momento di intervistarlo di nuovo, stavolta per Dura Lex (La Ponga 2018).

Per chi non ti conoscesse, iniziamo con il dire che sei fra i più attivi e prolifici curatori contemporanei di antologie tematiche sulla fantascienza. Ho esagerato?

Non credo. Non ho dati esatti ma penso di aver curato più antologie italiane di chiunque altro, oltre tutto in un lasso breve: sono 14 antologie dal 2010 a oggi e ne ho tre o quattro in uscita nel 2019. Una media di due all’anno! Voglio precisare che metà di queste antologie le ho fatte in collaborazione con altri: Walter Catalano, Vittorio Catani, Roberto Chiavini e Luca Ortino, in combinazioni diverse.

Nelle tue antologie partecipi sempre come autore: quale attività è nata prima, nella tua carriera, quella di scrittore o quella di antologista?

In realtà non partecipo sempre, solo – come è per gli autori che invito – se il tema mi interessa e mi suscita qualche reazione. Cioè, è ovvio che mi interessi visto che in genere lo scelgo io, ma a volte sento il bisogno di intervenire e altre no. Comunque, per rispondere alla domanda, i miei primi tentativi sono stati di narratore, poi mi sono accorto che riuscivo meglio come saggista… l’attività di antologista è ancora successiva, ma forse è la più gratificante per i rapporti che si sono creati tra me e gli autori.

Ad ottobre è uscito “Futura Lex” per La Ponga Edizioni, un’antologia dedicata ad uno dei temi più intriganti eppure meno trattato dalla fantascienza: l’aspetto legale! Come ti è venuta questa idea?

La devo a Michele Piccolino, che due o tre anni fa mi raccontò di un racconto che aveva scritto, lo stesso che apre questa antologia. L’idea mi venne allora ma per realizzarla ho dovuto aspettare di esaurire altri temi che erano più impellenti, come la religione, la guerra eccetera. Comunque sono molto soddisfatto, sia per come è riuscita (una delle mie migliori) sia per il fatto che probabilmente è la prima sull’argomento, a livello mondiale!

Come racconti nell’introduzione, ti eri preparato dei temi per aiutare gli autori e invece non ce n’è stato bisogno: di’ la verità, per le tue antologie ti capitano sempre autori così ispirati e preparati?

Sì, decisamente sì! A parte il fatto che in questo caso mi ha stupito la competenza di autori che non pensavo avessero conoscenze legali così precise, devo dire che gli autori italiani di fantascienza – e non solo quelli che pubblico io – sono dotati di grande immaginazione e di conoscenza di quello che avviene nel mondo (che è la base essenziale per scrivere una narrativa iper realistica come è la SF). A volte però non riescono a “drammatizzare” l’idea di base, cioè a imbastirci attorno una trama coerente, sorretta da un buon stile, ben costruita – ma in questo caso non sto parlando di quelli che pubblico io…

Cittadinanza italiana, legislazione via web, rapporto con l’islam… Possiamo dire che la fantascienza, come sempre, ci aiuta a capire il mondo attuale in cui viviamo?

Anche qui rispondo decisamente sì, è questo il motivo per cui la frequento da oltre 40 anni. Prima infatti l’ho definita iper realistica perché è questa la sua caratteristica principale: prendere elementi del presente e portarli all’eccesso, alle estreme conseguenze. Questo comporta anche uno spostamento spaziale o temporale, in una altro pianeta o nel futuro, ed è questa caratteristica del modus operandi che può risultare ostica al lettore comune, il quale prende questa come dato portante invece del vero tema e quindi ritiene che si tratti solo di fantasia, o addirittura fantasticheria.

Come giustamente specifichi, in questa antologia sei riuscito a raggiungere la quota di cinque scrittrici: pensi che un genere considerato (a torto) “prettamente maschile” inizi ad appassionare anche le autrici italiane?

Più che di un inizio parlerei di un ritorno. Molte donne hanno scritto fantascienza e magari poi l’hanno abbandonata per il fantasy che sembrava più facile e libero, oggi forse si rendono conto che alla fine il fantasy è più vacuo e invece la SF può dire molto di più. Però è un dato di fatto che le donne siano in minoranze in quasi tutte le attività, non certo per colpa loro, e nella letteratura d’immaginazione anche di più. Ma in effetti anche nella antologie di futura pubblicazione ho più autrici che in passato, quindi forse qualca si sta davvero muovendo.

In questi giorni per Odoya è uscito un saggio che hai scritto insieme a Walter Catalano ed Andrea Vaccaro, “Guida ai narratori italiani del fantastico“: c’è spazio anche per gli autori horror autopubblicati come me? Scherzi a parte, quali sono i criteri che avete scelto per la trattazione?

Non volevamo fare un semplice “chi è” ma un vero libro di saggistica, quindi lo spazio era ridotto e abbiamo dovuto limitarci a poco più di 80 schede, che sono però dei veri e propri saggi anche se non molto estesi. Oltre ai classici e a scrittori che hanno comunque fatto la storia del fantastico in Italia, per i contemporanei abbiamo considerato solo quelli che avessero al loro attivo almeno un romanzo o un paio di antologie e che abbiano iniziato a pubblicare nel secolo scorso e abbiano proseguito l’attività in tempi più recenti. Anche con questi paletti abbiamo dovuto fare degli aggiustamenti e delle eccezioni, ad esempio vista la notorietà raggiunta non potevamo ignorare Licia Troisi (anche perché il genere fantasy era poco rappresentato, e anche le donne avevano poche esponenti). Però, per poter citare anche se brevemente altri autori/autrici che lo meritavano abbiamo inventato dei box, cioè delle voci tematiche, 15 per l’esattezza, dedicate ai premi Urania, al Connetivismo, ai premi Italia eccetera. Mi dispiace, ma tu non sei rientrato in nessuno di questi!

Non dimentichiamo “Guida al cinema fantasy“, in cui ho avuto l’immeritato onore di partecipare: pensi che questo corposo saggio sia riuscito a sensibilizzare gli italiani verso un genere putroppo più noto che letto o visto?

Sinceramente non lo so. Ha avuto buone recensioni e i dati di vendita sono soddisfacenti ma non so valutare l’impatto che può aver avuto. Io spero solo che siamo riusciti a dare un quadro abbastanza completo del fantasy cinematografico – anche grazie al tuo originale contributo, che fa chiarezza sul fenomeno wuxiapian – e, cosa cui teniamo molto, ai suoi rapporti con i romanzi da cui certi film sono stati tratti.

A gennaio di quest’anno per Maelstrom è uscito il tuo “Destinazione: Pianeta Terra“, un romanzo di avventure spaziali per ragazzi. Come ti sei trovato a gestire un pubblico così “giovane”?

Ma sai anche questo, credevo fosse passato completamente inosservato! Non so se sono riuscito in questa gestione, anzi temo di no perché mi sono rifatto alle sensazioni che provavo io quando ero ragazzo e ai juveniles di Heinlein (che mi ha ispirato molto) ma oggi il mondo è estremamente diverso. Comunque mi sono divertito a scriverlo e credo di aver anche affrontato temi di una certa rilevanza, come l’educazione e i rapporti con gli altri, l’ecologia e l’ambiente, il razzismo, la droga… tutto senza perdere di vista l’avventura.

Il 2018 sta per volgere al termine, quindi per festeggiarlo ti chiedo un consiglio triplo per i lettori, questo Natale: un posto da visitare, un libro da leggere (oltre ai tuoi, ovviamente) e un film da vedere.

Questa è una domanda fuori tema e sicuramente impegnativa. Per i romanzi, recentemente ne ho letti di molto belli: l’ultimo Eymerichdi Evangelisti, “Il Potere” di Alessandro Vietti, i racconti “L’eterno addio” di Chen Qiufan (la SF cinese è stata una vera sorpresa!) ma se devo indicarne uno vado sul classico e consiglio a tutti di rileggersi “Pinocchio“, che è molto di più di una favola per bambini.

Sul film, viste le notizie di questi ultimi giorni sulle modifiche al DNA di due gemelle cinesi, invito a vedere o rivedere “Gattaca. La porta dell’universo” (1997) di Andrew Niccol.

Per il posto non ho dubbi: il luogo da visitare è quello dove non si è ancora stati!


Ringrazio Gian Filippo Pizzo per la gentile disponibilità.

L.

da: Non Quel Marlowe 5 dicembre 2018

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Futura Lex – articolo di Lucius Etruscus

Dura Lex (La Ponga 2018)

Nuova antologia per Gian Filippo Pizzo, firma eccellente della fantascienza italiana, stavolta firmata da La Ponga Editore.

La scheda di Uruk:

Futura Lex (2018) a cura di Gian Filippo Pizzo [ottobre 2018]

La trama:

Se un robot commette un reato potrà esserne incolpato alla stessa stregua di un essere umano oppure il fatto deve essere considerato un incidente dovuto a una macchina? E se un crimine lo commette un cyborg, un clone, un androide, un replicante?
Chi deciderà in futuro se un imputato è colpevole: un giudice, una Intelligenza Artificiale, i telespettatori attraverso il telecomando, i naviganti di internet?
Cosa succederebbe se una civiltà extraterrestre ci chiedesse di pagare la bolletta per l’uso dell’energia solare? Oppure se una corporazione di alieni volesse brevettare a livello intergalattico la pizza?
Trasformati in fantavvocati (ma alcuni sono avvocati per davvero) gli scrittori presenti in questa antologia tentano di rispondere e questo e ad altri quesiti legali, in una rassegna che a volte diverte ma spesso fa riflettere.

L’Introduzione del curatore:

Quando ho lanciato agli autori l’idea di questa antologia mi ero preparato anche una serie di suggerimenti su quale avrebbe potuto essere l’idea centrale del racconto. Temevo infatti che l’argomento potesse risultare ostico a molti, come mi era successo per l’antologia di “fantaeconomia” Il prezzo del futuro, apparso in questa stessa collana nel 2015, quando molti (soprattutto scrittrici) mi avevano risposto di non avere competenze in quel campo (però l’antologia è venuta bene lo stesso, grazie a chi ha partecipato). Figurarsi, ho pensato, affrontare da un punto di vista più tecnico e ciò nonostante rigorosamente fantascientifico un argomento quale la legge, nelle sua varie sfumature di legislazione, giurisprudenza, fase processuale o altro.

Perciò mi ero segnato alcune idee che potessero costituire la base della narrazione. Una era l’uccisione di un alieno – o anche la “disattivazione” di un robot o comunque la distruzione di un androide o di un replicante – con conseguente processo imperniato sul concetto di umanità e di conseguenza sul significato di quello di omicidio. Idea certo non originalissima, ma che inserita in questo contesto particolare avrebbe potuto condurre a buoni risultati: d’altra parte tutto dipende da come i soggetti vengono svolti.
Un’altra era, e qui speravo nei medici/scrittori che avevano manifestato interesse, la cura di un malato con terapie proibite che però aveva avuto successo: è più importante la normativa o la deontologia professionale e la salvezza di un paziente? In effetti mi pare che ultimamente questo argomento sia già presente nella vita reale, ma penso che proiettato in una ambientazione futura avrebbe potuto funzionare lo stesso.
Una terza idea era la presenza in sede processuale di un “attore” informatico, robot o intelligenza artificiale, in veste di avvocato, accusatore o giudice: questa, senza che l’abbia comunicata ad alcuno, è in effetti presente in più di un racconto, anche se a volte solo in secondo piano. Segno che si tratta un’idea ormai matura e, per così dire, presente nell’aria, nella coscienza di tutti.

Una trovata veramente folle era che una delle famose Leggi di Murphy – non quella principale secondo cui “se qualcosa può andar storto lo farà” ma una delle particolari (per esempio la Costante di Murphy: “Le cose vengono danneggiate in proporzione al loro valore” oppure la Prima legge del bridge: “È sempre colpa del compagno”) – avesse efficacia legale: chissà se qualche autore ne avrebbe tirato fuori qualcosa?
Un altro soggetto poteva essere ricavato da questa citazione di Ubik di Philip K. Dick:

«Ti pagherò domani» disse alla porta. Tentò ancora con la maniglia. La porta rimase sempre chiusa. La porta non si mosse.
«Quello che ti pago» lui informò la porta «è soltanto una mancia, io non devo pagarti.»
«Io la penso diversamente» disse la porta. «Guardi nel contratto che lei ha firmato acquistando questo appartamento.»
Dal cassetto vicino all’acquaio Joe Chip estrasse un coltello di acciaio inossidabile; con quello prese a smontare sistematicamente l’impianto di apertura della porta ingoia-quattrini.
«Le farò causa» disse la porta, quando la prima vite scivolò sul pavimento.
Joe Chip mormorò: «Non sono mai stato portato in tribunale da una porta. Ma immagino che riuscirò a sopravvivere».

Certo inserirsi in uno scritto di Dick, che miscela come nessun altro situazioni satiriche con personaggi tormentati, non è impresa da poco, ma io suggerivo solo lo spunto iniziale.

In ogni caso di questi consigli non c’è stato bisogno: gli autori hanno trovato autonomamente di cosa scrivere e come inserirlo nel tema assegnato. Sono rimasto abbastanza sorpreso, perché tutti hanno saputo realizzare trame convincenti coniugandole con dei credibili spunti di carattere legale, oltretutto ben orchestrati anche dal punto di vista giuridico. E non solo da parte degli avvocati di professione presenti.

In particolare, quello che avrebbe potuto essere il mio primo suggerimento è stato, senza saperlo, adottato de diversi scrittori, però capovolgendolo: è l’androide – o il replicante, comunque l’essere artificiale – a macchiarsi del crimine. Milena Debenedetti solleva il quesito dell’attribuzione di esistenza agli androidi – o simili – con uno sfondo dall’indiscutibile valenza sociale. Sfondo importante che è presente anche nel racconto di Monica Serra, bello e ugualmente drammatico. Antonino Fazio, con piglio più leggero che stempera la tragicità della situazione, si confronta con l’esistenza di un  replicante: il suo è l’unico racconto che non cita espressamente alcuna legge o che descrive un procedimento ma l’aspetto legale è manifesto. Pure Sara Elisa Riva si muove nello stesso solco  mostrando un androide che commette un reato (ma non un delitto): paradossalmente per giungere alla conclusione voluta la causa dovrà essere persa.

Carducci & Fambrini, sempre ottimamente presenti nelle mie antologie, risolvono il problema di attribuire la cittadianza italiana (!) a un manufatto (un’astronave), inserendo la vicenda in un quadro più ampio perché galattico e quasi trascendente, dal sapore silverberghiano. Davide Del Popolo Riolo è quello che si allontana di più dal tema, perché la sua ipotesi legislativa è solo lo spunto della storia e non ne costituisce il nucleo, ma il suo racconto è molto bello. Lorenzo Fabre immagina, con uno stile vivido e un linguaggio molto contemporaneo, un futuro in cui le sentenze sono emanate via web, ma non trascurando i rapporti interpersonali che dalla virtualità della rete calano nell’esistenza reale. Idem Falcioni & Garello, che con la verve che avevo già apprezzato in precedenti racconti ci danno un altro quadro possibile della vita futura (probabilmente già presente) dominata dall’interazione informatica, affrontando anche un tema molto attuale, quello della maternità surrogata.

Il racconto di Michele Piccolino è divertentissimo, pieno di trovate umoristiche, ed è quello più aderente al tema senza risultare tecnicistico; risale a qualche anno fa, ma pur avendo vinto dei premi era rimasto inedito e sono felice di poterlo pubblicare. Franco Ricciardiello è stato l’autore più originale, perche il suo scritto riguarda non la legislazione occidentale ma quella islamica, con un notevole impatto sociale e il consueto bellissimo linguaggio allusivo. Il racconto di Stefano Tevini è il più breve ma ugualmente denso: in pochissime pagine riesce a parlare di intelligenza artificiale, rapporti tra colleghi, stravolgimenti planetari, speculazioni finanziarie, tutto partendo da dati assolutamente reali, ossia le numerosissime leggi strane o addirittura ridicole  che sopravvivono nell’ordinamento di molti Stati. Claudia Graziani e Massimo Sensale hanno avuto, senza ovviamente saperlo, la stessa idea di Piccolino (persino il colpo di scena finale è simile) ma con un tema e un’ambientazione diverse, e il racconto si legge con divertimento. Tra l’altro, questi due racconti usano anche il dialetto: per chi è assolutamente sostenitore della fantascienza italiana (come me, da oltre trenta anni) questo è un punto di merito che accresce le possibilità di sostenere la validità di una science fiction nostrana.

Questa antologia contiene anche un mio racconto che risale al 1977 e fu pubblicato l’anno  successivo su un fascicolo speciale del Cosmo  Informatoredell’Editrice Nord, e che è il più tradotto tra i miei (volete mettere la soddisfazione di trovarsi sulla rivista ungherese Galaktika assieme a Sheckley, Pohl e Asimov?) e non è stato più ripubblicato. Avevo pensato di riscriverlo, ma dalla lettura degli altri racconti mi sono reso conto che come tematica è ampiamente superato per cui lo ripropongo com’era: consideratelo una testimonianza storica.

Un’ultima notazione. Dei 16 autori qui presenti (tre racconti sono scritti a quattro mani) 5 sono donne, una percentuale che non ero mai riuscito a raggiungere (che fu anche il motivo per cui in questa stessa collana pubblicai  l’antologia solo femminile Oltre Venere) e che non è stata cercata espressamente: è solo un piccolo passo, ma che sia il sintomo che qualcosa nel nostro piccolo mondo stia finalmente cambiando?

La recensione di S*:

Su Fantascienza.com Silvio Sosio così scrive del libro:

Non si può dire che legge e avvocati siano argomenti refrattari: esiste infatti una vastissima e popolare letteratura nei generi del giallo e del thriller che si occupano di questi temi, per non parlare di film e serie televisive.
Meno note invece le intersezioni tra la tematica legale e la fantascienza. Era la buona occasione per stimolare gli autori italiani (tra i quali si contano diversi avvocati) a esplorare l’argomento, e la persona più adatta all’impresa era naturalmente l’antologista per antonomasia, Gian Filippo Pizzo.
Ne sono venuti fuori tredici racconti scritti da sedici autori (tre sono le coppie presenti, di cui due miste) che affrontano il tema in modo diverso, dalla satira al dramma esistenziale, ma tutti rispettosi dell’assunto iniziale, cioè di basarsi su una norma e portare le sue conseguenze fino all’estremo, seguendo il procedimento di estrapolazione tipico della science fiction.
Perché – potrà sembrare strano giudicando solo dal titolo, Futura Lex – qui non ci sono leggi inventate, leggi che potrebbero venire emanate in un futuro o su un altro pianeta, ma le leggi a cui siamo abituati, quelle che regolano la nostra appartenenza alla società (o comunque a queste molto simili). Perciò il problema si sposta sull’interpretazione delle stesse con scenari mutati (come valutare il fatto che un essere artificiale possa commettere o subire un reato?) e sul comportamento degli attori (giudici, difensori, imputati).
Alcuni racconti hanno la cadenza tipica del poliziesco, altri affrontano temi etici quali quelli legati alla maternità o all’essenza stessa del concetto di essere umano, altri – molto divertenti – giocano sui paradossi che le stesse norme possono provocare.
Da segnalare in particolare il lavoro di Franco Ricciardiello per la sua originalità: è l’unico a non essersi ispirato a leggi occidentali per utilizzare invece una legge islamica, con il consueto impegno di denuncia sociale.

Gli autori:

Gian Filippo Pizzo, presente anche come autore con un racconto d’antan, l’unico già edito anche se moltissimi anni fa, ha radunato in questo progetto autori ormai ben conosciuti come la premiata coppia Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, Davide Del Popolo Riolo, Antonino Fazio, Michele Piccolino, Franco Ricciardiello assieme ad altri non proprio esordienti ma abbastanza nuovi, almeno nel campo: Lorenzo Fabre e Stefano Tevini. Ottima la partecipazione femminile, con Milena Debenedetti, Francesca Garello (in coppia con Gabriele Falcioni), Claudia Graziani (con Massimo Sensale), Monica Serra e Sara Elisa Riva.

L.

da: Gli archivi di Uruk

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